lunedì 14 maggio 2007

Al Placido Don, Fantasmi dal Fiume

SABATO 19 MAGGIO – ore 21.15
Teatro Comunale di Predappio
,
via Marconi, 15


Al Placido Don, Fantasmi dal Fiume
di Renata Molinari e Luigi Dadina

In scena: Luigi Dadina; Ideazione scene e costumi: Enrico Isola; Lampi: Marco Martinelli. Produzione Ravenna Teatro.


“Si spezza e si ricompone infinite volte nella narrazione un ipotetico dialogo tra generazioni, tra padri e figli. Padri che durante la seconda guerra mondiale erano bambini e figli, uomini e donne del tempo del benessere. Di quel tempo emerge la figura del partigiano Gino Gatta, barbiere comunista, sindaco del primo dopoguerra, “andato a morire in pineta, nel suo fiume nella sua valle, nella sua acqua”; e la storia di Vitaliano Ravagli, combattente romagnolo in Vietnam. Dadina segue e indica le tante direzioni possibili della narrazione, e lo fa a pochi passi dal pubblico, raccolto sul palcoscenico, nell’abside dell’antica chiesa di Santa Chiara. Il racconto è teso, ricco di immagini, tra il gelo degli inverni di guerra, e le linee orizzontali della valle dove “ogni creatura impara ad essere anche un po’ un’altra cosa”.
(Chiara Bissi - Il Corriere della Romagna, 24/11/2001)

“La voce e qualche secco gesto, l’acqua versata nel bicchiere, rovesciata in terra a suggerire un confine liquido che in realtà unisce, senza retorica, sbalzano il mutevole paesaggio interiore delle generazioni del dopoguerra. Fino al gesto del compagno sempre silenzioso alle riunioni che, alla notizia dello scioglimento del Pci, si presenta alla sua sezione a reclamare la bandiera. E rimane lì, seduto immobile, come l’attore, a resistere fino a che non la ottiene. Uno dei tanti soldati senza nome di troppe guerre, combattute sulla nostra e sull’altrui pelle. Fin dentro le nostre case, oggi, nel conflitto quotidiano della diffidenza, della paura per il diverso che questo spettacolo, di rara qualità e sensibilità, materializza chiudendosi con il silenzio senza storia di un corpo piegato su stesso, a nascondere volto e voce."
(Massimo Marino - Hystrio, gennaio-marzo 2002)

INGRESSO: intero 10,00 € - ridotto 7,00 €

INFORMAZIONI E PRENOTAZIONI:
Tel.: 0543-61108 (Lun. - Ven. dalle 10.00 alle 13.00)
Cell.: 339-8685200

Per approfondimenti vedi:
Associazione Dire Fare e Teatro delle Albe

giovedì 15 marzo 2007

Trebbo di Vino


La serata finale del Laboratorio del Racconto è stata annunciata! Si terrà martedì 20 marzo alle ore 20.00 al Palascout di
Predappio in via Statale, 1 (nelle vicinanze della Chiesa di San Cassiano). Sarà l'occasione per cenare insieme e raccontare le storie che sono emerse durante i nostri incontri laboratoriali come in un tradizionale Trebbo di Romagna. La regia dell'evento sarà a cura di Luigi Dadina del Teatro delle Albe di Ravenna che ci ha accompagnato in questo percorso alla ricerca delle vecchie storie della Romagna.

mercoledì 7 marzo 2007

Il Bursòn. L'uomo, la vite, il vino

Il Bursòn è un vitigno rustico, con pochi problemi di adattamento e in grado di resistere a gelate tardive. Scoperto abbarbicato ad una quercia nell'area in cui si praticava la caccia dal capanno a Boncellino di Bagnacavallo (RA), Antonio Longanesi (foto) notò che il suo frutto veniva molto apprezzato dagli uccelli tanto da usarlo con grande soddisfazione come richiamo. Vista la robustezza della pianta Longanesi provò a produrre vino ottenendo con stupore un ottimo prodotto da 14° che ebbe notevole successo tra gli amici. Negli anni'50, quando i vitigni minori vennero soppiantati dalla coltivazione intensiva di Sangiovese, Albana e Trebbiano, la famiglia Longanesi decise di 'salvare' le ultime viti di Bursòn e di avviare la produzione di vino rosso.

Nonostante la grande curiosità che destò subito il vitigno venne iscritto nel registro nazionale delle varietà di viti solo nel 2000 con la denominazione di 'Uva Longanesi', quando il Consorzio 'Il Bagnacavallo' certificò il vino che se ne ricava con il nome di Bursòn (derivato dal soprannome attribuito alla famiglia Longanesi). Questo vino viene ora prodotto e commercializzato con successo da un sempre più numeroso gruppo di vitivinicoltori.

L'affascinante storia di questo vitigno e della sua vinificazione può essere approfondita attraverso l'interessante lettura del volume di Mauro Manaresi che ci consiglia Francesco Tonini:

Mauro Manaresi, Il Bursòn. L'uomo, la vite, il vino, Società Editrice 'Il Ponte Vecchio', pp. 96, Euro 8,00

giovedì 1 marzo 2007

Lom a Merz - Fuochi magici di Romagna

Per continuare la cultura contadina e i riti di una preziosa eredità, a febbraio e a marzo, è usanza all’imbrunire accendere le focarine o i lòm nei campi e vicino alle case nel circondario dei comuni di Bagnacavallo, Bagnara di Romagna, Brisighella, Casola Valsenio, Castel Bolognese, Faenza, Fusignano, Lugo, Modigliana, Ravenna, Riolo Terme e Russi.

Per informazioni sul programma completo delle manifestazioni di quest'anno del Lom a Merz consulta il sito di New Agriform Romagna

lunedì 26 febbraio 2007

Scaffale Romagnolo

Abbiamo preparato una Bibliografia che comprende i volumi più importanti che riguardano la Romagna. Ci troverete le pubblicazioni consigliate da Giuseppe Bellosi e tanti altri titoli che vanno ad implementare le sue indicazioni. Tutti i volumi sono stati divisi per tema e per data di pubblicazione per rendere più semplice ed immediata la loro consultazione. I temi principali che abbiamo individuato sono questi: Tradizione, Fiabe e Costume / Alimentazione e Gastronomia / Agricoltura / Storia e Geografia / Dialetto, Lingua e Poesia.

Ai libri abbiamo aggiunto anche un elenco di Riviste di cultura romagnola, Dischi e Video di vario interesse anch'essi divisi in sottocategorie. Per chiudere, una lista di Siti web da cui attingere informazioni e spunti.

L'intero documento lo potete scaricare cliccando qui: Scaffale Romagnolo

Si ringraziano Giuseppe Bellosi e Lorenza Montanari per l'importante contributo offerto nella compilazione di questo materiale.

Il Tempo in Fattoria

Una segnalazione bibliografica proposta da Mauro Lombardi: Il Tempo in Fattoria. Guida all'uso delle previsioni metereologiche in campagna, Edagricole, 2006.

Il libro di Luca Lombroso tratta dell'attualità del clima e dei suoi effetti sulla viticoltura. Mauro dice: "E' molto semplice e utile e io lo consiglio a tutti gli amici del Laboratorio del Racconto. Il taglio è divulgativo e sulla simpatia e professionalità dell'autore non ci sono dubbi". E' un vero e proprio 'manuale d'uso' delle previsioni meteorologiche. Unisce notizie tecniche, culturali e scientifiche in un mix gustoso. Una riflessione che spazia dai vari tipi di fenomeni atmosferici estremi (quelli che più preoccupano gli agricoltori per il loro potenziale di danno verso le colture), fino ai fenomeni tradizionali e alle varie forme di nubi con relative conseguenze. Un ringraziamento a Mauro per l'utile indicazione.

Per ulteriori informazioni: Edizioni Edagricole

sabato 17 febbraio 2007

Tàca Zaclèn: alle origini della musica popolare romagnola

La nostra compagna Lorenza Montanari ci segnala un'interessante iniziativa legata alla musica popolare romagnola delle origini. Pubblichiamo la notizia con grande piacere, ringraziandola e consigliando la partecipazione!


Lunedì 19 febbraio 2007, Hotel della Città, Forlì, ore 20
Racoz. Tàca Zaclèn: alle origini della musica popolare romagnola. Il Fondo Carlo Brighi nelle Raccolte Piancastelli.

Interverranno: Antonella Imolesi Pozzi, Storica dell'arte e bibliotecaria del Fondo Piancastelli; Elisabetta Righini, Musicista e Musicologa; Gabriele Zelli, Assessore del Comune di Forlì.

Durante la serata saranno proposti brani musicali e foto d'epoca.

Nella seconda metà dell'Ottocento Carlo Brighi, detto Zaclèn (Anatroccolo), violinista e compositore, fu protagonista di una vera e propria rivoluzione musicale: incominciò a mescolare la musica da ballo della tradizione popolare romagnola con le danze di coppia che provenivano dall'Austria. Nelle sue composizioni (1870-1915) riuscì a fondere il tipico ballo saltato delle aie contadine con i valzer viennesi, dando vita ad uno stile originale da cui il moderno ballo liscio ha tratto forte ispirazione.

venerdì 16 febbraio 2007

Martedì 20 marzo, evento finale!!!!!!!

Allora è deciso: Martedì 20 Marzo ci sarà la serata finale del Laboratorio del Racconto; la località è ancora in forse, abbiamo già delle disponibilità interessanti, ma le dimensioni del luogo saranno decisive, entro qualche giorno si deciderà l'ambientazione "perfetta" per la nostra serata. I gruppi di lavoro, dedicati a organizzazione, logistica e cibi/vini sono già al lavoro.

martedì 13 febbraio 2007

Calendario e Folklore in Romagna

Durante il primo dei nostri incontri laboratoriali Eraldo Baldini ci ha parlato delle feste e delle ricorrenze folclorico tradizionali della Romagna. Ha inquadrato il tema all'interno di una riflessione più ampia sulla misurazione del tempo e sulla differente percezione che se ne aveva nel mondo popolare, in cui aveva forma ciclica ed era prevalentemente scandito dai fatti della natura, dal ciclo del sole e della luna, dal ciclo vegetale di semina e raccolto, caratterizzato da eterni ritorni (il bambino che nasce è l'antenato che ritorna). Fino all'inizio del secolo, si era ancora molto lontani dalla moderna percezione del tempo lineare. All'interno del periodo festivo, nel tempo magico 'fuori dal tempo', si aprivano le porte alla circolarità, alla comunicazione tra la dimensione del mondo dei vivi e quella dei morti, creandosi la possibilità di interscambio tra differenti livelli.


Il Solstizio d'inverno, l'antica festa pagana della nascita del sole che ricomincia a vivere, coincidente con le attuali feste del Natale, costituiva un unico arco festivo che andava dal 25 dicembre al 6 gennaio. Con l'introduzione del Calendario gregoriano (1582) queste come le altre feste furono trasformate e assunte in un quadro festivo cristiano. Il simbolo festivo natalizio tradizionale in Romagna era il Ceppo (o la 'zocca') che veniva messo ad ardere nel camino e che doveva durare per i dodici giorni festivi: la luce e il calore emanati rispondevano ad un rituale di accoglienza verso gli antenati che in quell'occasione tornavano a far visita ai vivi (si usava lasciare anche del cibo sulle tavole). Il natale era il momento dei riti per propiziare il tempo futuro (auguri e regali) e si chiudeva con l'epifania, il momento in cui gli antenati se ne vanno e lasciano qualcosa di propiziatorio in cambio (ed ecco la figura della vecchia, la befana, che porta doni). Alla vigilia dell'epifania si usava celebrare la Pasquella. Gruppi di giovani giravano di casa in casa cantando ritornelli ben auguranti (i pasqualotti), diffondendo l'augurio che i morti rivolgevano prima di andarsene.


Dodici giorni dopo l'epifania si celebrava la Festa di Sant'Antonio, che chiudeva definitivamente il ciclo del natale ed apriva quello del carnevale. E' il momento in cui venivano macellati i maiali che la comunità aveva allevato nei mesi precedenti (ognuno contribuiva ad allevare i maiali che giravano con le campanelle per le strade del paese) e le carni venivano divise tra tutti.


Il Carnevale è l'ultimo momento in cui si mangiava la carne (da qui probabilmente deriva il termine 'carnevale') perché dopo la macellazione la carne si esaurisce in fretta (non esistevano i moderni metodi di conservazione). Il rituale carnevalesco, in cui tutto si rovescia, è una sorta di riattualizzazione del caos originale, quindi un annullamento del tempo che avviene attraverso riti espiatori di cancellazione dei mali e delle colpe accumulati nel ciclo temporale che si chiude. Accanto a questi vi si possono ritrovare i riti di rinnovamento del tempo come il rogo del fantoccio di carnevale o la finta uccisione o cacciata del re che per un giorno rappresentano la fine del caos con cui terminano anche le libertà sfrenate, le licenze assolute e il consumo sovrabbondante di cibo e di vino per tornare ad una condizione quotidiana legata al bisogno, all'ordine consueto, alle gerarchie. Il rinnovamento del tempo passava anche attraverso il rinnovamento della comunità, all'interno della quale, attraverso le feste, i balli e il corteggiamento si formavano le nuove coppie, le nuove famiglie, i cui frutti, i nuovi nati, andavano a prendere il posto dei defunti che, rappresentati da maschere, sovrintendevano alla festa carnevalesca e portavano nelle case (ricevendone in cambio cibo e bevande) l'augurio di fertilità, abbondanza e fecondità.


La Segavecchia è un altro rituale carnevalesco posto a metà del periodo quaresimale in cui la vecchia con i frutti nel ventre è simbolo del parto della terra. Simbolo principe di rinascita è invece la Pasqua (l'uovo è la rappresentazione del passaggio), ponte tra il tempo fermo e sospeso e la rinascita della natura, il nuovo inizio. Necessaria al rinnovamento è la purificazione che si attua con la festa pasquale, in un processo di eliminazione dei mali e dei peccati dei singoli e della comunità. E' a questo scopo che il giovedì e il venerdì santo, dopo la celebrazione dei mattutini, i fedeli presenti in chiesa (riproponendo un antico rito di palese origine pre-cristiana) battevano violentemente con bastoni su pavimenti, muri e confessionali, con lo scopo di cacciare gli spiriti maligni che potevano essere presenti nel villaggio. Con le Calendimaggio (il giorno del 1°Maggio) si apre il periodo decisivo del raccolto. I riti della propiziazione sono stati eseguiti ed è ora di coglierne i frutti. La notte di San Giovanni del 24 giugno è la notte dei prodigi, un altro momento di sospensione temporale in cui i morti tornano durante la notte delle streghe. Il 31 ottobre con il Capodanno agrario, l'attuale Halloween, si chiude il periodo del raccolto e si dà nuovo inizio alla semina. Anche in questa occasione i defunti tornano a visitare la comunità.


Per un approfondimento su questi temi si consiglia la lettura di
Eraldo Baldini e Giuseppe Bellosi,
Calendario e Folklore in Romagna. Le stagioni, i mesi e i giorni nei proverbi, nei canti e nelle tradizioni popolari, Ravenna, Il Porto, 1989

domenica 11 febbraio 2007

L'evoluzione della viticoltura nel paesaggio agrario della Romagna

Ecco un'immagine significativa di un'antica viticoltura con alberate. Dopo aver plasmato per secoli il paesaggio agrario romagnolo sono progressivamente sparite negli anni in cui furono abbandonate anche le 'uve traverse', l'uva bastarda dei vitigni minori. Il mutamento risale agli anni '50-'60, quando il grande sviluppo tecnologico trasformò radicalmente i modelli produttivi e gli equilibri sociali dell'intera nazione. Anche la Romagna si avviò verso una ristrutturazione radicale della propria economia: l'azienda agricola incominciò a produrre per il mercato e non si limitò più alla produzione per la semplice economia di sussistenza. Incomincia così la costituzione della 'filiera lunga' della produzione e del commercio. Molte aziende vitivinicole furono indotte ad abbandonarono la coltura della vite, altre puntarono in modo drastico sulla produttività, spesso a scapito della varietà, privilegiando Sangiovese, Trebbiano e Albana.

Flavio Ricci, L'Agricoltura in Faenza nel Novecento, a cura di Alessandro Montevecchi, Edit Faenza, 2003 (pp. 105-153)

Scarica il saggio in formato Pdf